Il tema del rapporto tra salute, professione medica e guerra è di drammatica attualità e al centro di un dibattito etico e deontologico alimentato dal perdurare di conflitti e guerre. Riportiamo qui i punti più significativi degli interventi del dott. Pirous Fateh-Moghadam, dott. Riccardo Corradini e dott. Marco Ioppi, relatori all’incontro “Il medico, la salute e le guerre: cosa possiamo/dobbiamo fare secondo il nostro codice deontologico” svoltosi presso la sede dell’Ordine il 10 marzo 2026.

Intervento del dott. Pirous Fateh-Moghadam, epidemiologo e autore del libro: “Guerra o Salute . Dalle evidenze scientifiche alla promozione della pace”

Al 2024 Il numero di conflitti armati in atto fra Stati è di ben 61 ,il numero più alto che si registra dal 1946. A livello globale per effetti diretti dei conflitti centinaia di migliaia di persone perdono la vita e molte di più vengono ferite e mutilate. La guerra moderna è una catastrofe di sanità pubblica e produce effetti devastanti che vanno ben ben oltre quelli immediati e diretti. I danni provocati attraverso meccanismi indiretti perdurano anche dopo la cessazione delle ostilità e causano un numero ancora maggiore di morti e feriti. In spregio a Convenzioni e Protocolli che proibiscono ai belligeranti di impedire l’accesso ai beni indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile , quali derrate alimentari, campi destinati all’agricoltura, bestiame e installazioni di approvvigionamento idrico, le violazioni sono ormai parte integrante della strategia bellica moderna che prevede la distruzione delle infrastrutture civili di base (dighe, centrali elettriche, sistemi di approvvigionamento idrico, ospedali, strade, ponti, ferrovie, aeroporti, industrie). I conflitti armati condotti con l’uso delle tecnologie attualmente disponibili fa sì che si caratterizzino per: mancanza di limiti di spazio, di tempo e giuridici e di discriminazione tra obiettivi militari e civili; violazione delle leggi umanitarie internazionali; effetti nel lungo periodo responsabili di enormi danni e sofferenze fisiche, mentali e sociali; aumento delle disuguaglianze sociali, interruzione di attività scolastiche, universitarie e culturali, emigrazione di massa, oltre al danno ambientale e al rischio di evoluzione in guerra atomica. Il risultato finale, al di là degli obbiettivi dichiarati, è sempre quello della distruzione dell’ambiente fisico e del tessuto sociale di un intero Paese o territorio. L’esame delle evidenze scientifiche e dei dati empirici sul male creato dalla guerra non può condurci altro che a posizioni pacifiste, a favore dell’interruzione di tutte le guerre in atto e della prevenzione di quelle future, attraverso soluzioni nonviolente che intervengano sulle cause che sono alla base dei conflitti stessi , in coerenza con gli obblighi deontologici incentrati sulla tutela e la promozione della salute. La pace è il primo e fondamentale prerequisito per la salute (Carta di Ottawa del 1986, documento cardine della Promozione della Salute). In questa visione a noi competono alcuni compiti: sorveglianza e documentazione degli effetti sanitari della guerra, dei fattori causali associati e delle relazioni che collegano la guerra ad altri eventi, a loro volta fattori di rischio per la salute (migrazioni, carestie, alterazioni degli ecosistemi); elaborazione di strategie per prevenire e mitigare i danni alla salute prodotti dai fattori che precedono e seguono i conflitti; informazione e responsabilizzazione dei cittadini e decisori sulle strategie di contrasto più efficaci.

Intervento del dott. Riccardo Corradini, giovane medico, chirurgo trentino, testimone della situazione umanitaria nei territori di conflitto

Era a bordo della nave Conscience, nella missione della Freedom Flotilla Coalition, salpata ad ottobre 2025 per Gaza per portare aiuti umanitari, cibo, medicine e attrezzature mediche, nonché competenze professionali; per alleviare la carestia e la mancanza di beni di prima necessità tra i civili, in particolare i bambini e per portare solidarietà concreta a colleghi medici e operatori sanitari palestinesi che lavorano in condizioni estreme .Non ultimo per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla violazione sistematica dei diritti umani nella Striscia. Arrestato a bordo della nave in acque internazionali e detenuto in un centro carcerario israeliano, ha raccontato la sua esperienza e dei compagni, le violenze e soprusi subiti, le pratiche umilianti, le vessazioni psicologiche e fisiche cui sono stati sottoposti. Ha illustrato quello che è accaduto nella striscia di Gaza negli ultimi due anni e mezzo : una catastrofe sanitaria e umanitaria senza precedenti per il sistematico collasso del sistema sanitario e delle infrastrutture civili.

Nonostante il cessate il fuoco verso la fine del 2025, l’emergenza continua con morti per malattie e fame, impossibilità o grave limitazione dell’accesso alle cure, anche per l’ostacolo all’ingresso degli aiuti umanitari e la difficoltà di poter uscire da quel territorio in tempi utili per la salvezza.

La partecipazione a missioni umanitarie in zone di guerra rappresenta una delle espressioni più alte del codice deontologico medico, concretizzando i principi fondamentali di umanità, solidarietà e tutela della salute senza discriminazioni, operando in contesti dove la necessità di cura e le condizioni sono estreme.

Intervento del dott. Marco Ioppi, già Presidente dell’OMCeO di Trento, Presidente CAM dell’OMCeO di Trento e professore a contratto di Deontologia Medica presso l’Università degli Studi di Trento, che illustra i principi deontologici che guidano e sostengono la nostra professione, anche in tempi di guerra

Il medico tutela vita, salute, dignità e diritti umani della persona e rifiuta ogni forma di discriminazione. (Art. 3 del Codice Deontologico medico).

È responsabile dei propri atti professionali, che non possono essere subordinati a interessi estranei alla tutela della salute; mantiene responsabilità morale e professionale personali, anche sotto gerarchia. (Art. 22)

Il medico non partecipa, non avalla, non copre torture, violenze, trattamenti disumani o degradanti e non usa le competenze sanitarie per fini coercitivi. (Art. 24 e art. 26).

II medico militare opera in tempo di pace e di guerra nel rispetto dei principi deontologici, cura, senza discriminazioni, militari, civili, prigionieri, feriti fuori combattimento, segnala alle autorità sanitarie la necessità di assistenza per chiunque non sia più in grado di combattere, denuncia torture, violenze e abusi e rispetta il diritto internazionale umanitario. (Art. 77)

La nostra Deontologia non considera la guerra una realtà eccezionale , in cui l’etica può essere sospesa e il medico trasformato in uno strumento dello Stato o di un esercito. Non legittima il militarismo, che fa prevalere la sicurezza dello Stato su quella della persona. Non ritiene l’obbedienza gerarchica superiore a quella dovuta alla coscienza , né l’essere umano un mezzo per un fine strategico.

Non esiste una Medicina “di pace” e una Medicina “di guerra”, ma una sola Medicina, una sola etica medica: il medico non è neutrale, ma è sempre schierato dalla parte della vita, della dignità umana e della vulnerabilità. Per il nostro Codice Deontologico non esiste il nemico o il prigioniero o il civile, esiste solo la “persona” di cui dobbiamo prenderci cura.

Essere medico è incompatibile con le logiche militari, di potere e di emergenza permanente. L’Ordine dei Medici ha un ruolo fondamentale: difendere l’autonomia professionale , sostenere chi subisce pressioni incompatibili con l’etica, promuovere una cultura di pace come precondizione di salute.

La guerra ci chiede di scegliere da che parte stare. Il Codice di Deontologia Medica ha già scelto per noi: dalla parte della persona chiunque essa sia. Se non abbiamo la possibilità di fermare le guerre abbiamo il dovere di impedire che la Medicina diventi parte di questa disumanità.